Le due facce del self branding


Una giornata rilassante quella di un paio di settimane fa: ero con mia madre dalla parruchiera e mentre sistemava quel cespuglio rosso che avevo in testa mi sono ritrovata a riflettere.

Capita, ovviamente, un po' come in tutti i contesti simili. Il problema è poi non avere carta e penna. Credo che le idee migliori della mia vita siano arrivate e fuggite durante le sedute dal dentista.

Scusate la digressione.

La parrucchiera in questione è una parrucchiera di successo. Agile nei movimenti, sembra sempre complicato trovare un appuntamento nel suo salone. Durante la permanenza all'interno del posto parla prevalentemente di cani. Ha un pubblico variabile e prettamente femminile ma a volte si vede arrivare anche qualche uomo o bambino. Ci tiene a sottolineare più volte che i suoi dipendenti devono essere capaci per lavorare nel suo salone.
Bastone e carota.
Suoi dipendenti. / Devono essere capaci.
Ho suddiviso la frase non a caso.

Lei è un interessante caso di studio per una semplice ragione: è una ragazza abbastanza giovane con un buon successo se correliamo la parola nel contesto cittadino, ma soprattutto che sa come vendersi.
Non come porsi, ma come vendersi.

Diciamocelo, nell'80% le cose che dirà saranno tutta fuffa, ma è fuffa credibile; innocente e che le dà un'immagine positiva. A chi piacerebbe una titolare che non sa trattare con i propri dipendenti? 

Sostiene di lavorare moltissimo e di non aver avuto cali nemmeno durante l'ultimo anno a conti fatti, anzi.
Mossa vincente. Perché? Sentiamo ogni giorno persone lamentarsi di un calo del lavoro. Siamo saturi di questa informazione, talmente saturi che il prossimo che ce lo dirà non lo staremo nemmeno ad ascoltare. Ma arriva lei, una parrucchiera in una zona che non è nemmeno la più centrale della mia città e dice che ha lavorato come e persino di più delle altre annate. La prima cosa che viene da pensare è: "Ma allora questa è proprio brava" / "Ma allora son gli altri ad avere dei problemi".

Tutte le altre reazioni arrivano dopo ma la primissima impressione è positiva e, si sa, è quella che conta.

Poi c'è il discorso dei cani. Certo, ci sarà sempre a chi piacciono e a chi no, ma nel caso, chi se ne frega? Non è un argomento troppo a rischio di invasioni barbariche. Mantiene la distanza fingendo vicinanza. Una sorta di micro influencer o diva tra noi. Questo è fare un corretto self branding

La mia parrucchiera, quella che avevo prima di lei e vive in Slovenia, non sa fare self branding. Ormai ha preso confidenza, è un'amica e non ha bisogno di raccontare la stessa storia che ciclicamente risentirò perché prima o poi la riappioppa a turno alle clienti.

Spesso si tende a prediligere la persona con la quale si ha questo rapporto intimo perché negli anni cade la necessità da parte del professionista di fare marketing su sé stesso in maniera continuativa; tuttavia mentre ero lì mi sono fatta una semplice domanda: io da quale delle due vorrei imparare come modo di approcciarmi al mondo del lavoro?

La risposta è venuta da sé. Sapersi vendere è pur sempre un talento. Lo vedo fare quotidianamente.
Più evidente in certe professioni, come per esempio quelle sanitarie, dove il medico/sanitario è sempre cordiale e mette un po' di sé (ma con moderazione) per ottenere quel pizzico di empatia dal paziente; meno evidente in altre; come la barista o la fotografa. Ma chi più, chi meno, sa che tone of voice usare; il proprio pubblico di riferimento e attorno a questo costruisce una sorta di corporate image. Che comprenda l'outfit, la postura, le espressioni o quanto raccontare di sé è discrezionale. Si sperimenta in base al "volume delle vendite", al tasso di conversione. Che a volte non sono soldi ma semplicemente l'attenzione di coloro a cui ci si rivolge.

Io so questo aspetto ho moltissimo su cui lavorare, per ora guardo ammirata chi lo fa costantemente e lo fa bene. Si può essere bravi in qualunque lavoro, ma avere un buon marketing è impagabile.

Come si fa a dimenticarlo?

Parola di una che nella pubblicità ci sguazza da un po'.

Tu che ne pensi?

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