Premessa
È più di un mese che non scrivo sul blog. Sul telefono e tra i quaderni ho post-it sparsi con argomenti e incipit di articoli mai finiti, mai trascritti. È stato un periodo impegnativo. Ho iniziato un corso, poi un altro ed un altro ancora. Ne sono terminati due e poi, mentre lasciavo indietro troppe cose, ho capito che era arrivato il tempo di fermarmi. Finalmente avevo finito la benzina; la rabbia per la disoccupazione (almeno la prima tranche); l'energia per gestire tutti quegli impegni con me stessa e portarli a termine in modo sensato.
Ho chiuso due corsi e quando mi si sono presentate altre opportunità di farne di nuovi ho preferito non farlo. Oggi c'è stata la prima giornata con il sole e 20° fuori casa. Non l'ho rimpianto.
Il corpo sa di cosa abbiamo bisogno. E avevo bisogno anche di tornare a scrivere.
♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥
Parlando di Storytelling...
Quando ci si specializza in discipline inerenti ad ambiti digital, capita spesso di sentire la parola "storytelling". In realtà ormai spesso la sentiamo anche nel gergo comune, spesso usato impropriamente. Ogni tanto mi immagino un cameriere chiedere se mi serve la salsa di soia; il wasabi e un po' di storytelling. Perché si.
Non
più tardi di lunedì, durante la lezione di "Fotografia per il marketing" (L'Highlander dei corsi),
si parlava di raccontare un prodotto senza farlo vedere: raccontare la
sua storia, il suo percorso.
Si può fare così per tutto. Lo storytelling "è tutto intorno a noi" (cit.)
Oggi
ho deciso di sistemare un po' l'armadio. Niente stile
Marie Kondo, solo
un po' di sano ordine.
Ho pensato di provare a vendere qualcosa su
Vinted, nonostante avessi letto pareri discordanti.
Ho testato
l'usabilità della app ed è da 10+ (deformazione professionale, ma credetemi, pazzesco!). Solo per quello meritano di restare
in pole position per un bel po'.
Scatto le foto, inserisco i prodotti,
tutto piuttosto veloce.
Mi soffermo nel mio armadio e in fondo c'era una
borsa che non uso da... Boh, almeno 10 anni.
Non è mai stata nel mio
stile: nera, brillantini, da portare a spalla. Perché ce l'ho? Era di
mia madre. Ad un certo punto ha deciso di regalarmela ed è stato quasi un
gesto solenne. A me serviva una borsa per uscire una sera; neanche
ricordo dove dovessi andare. Lei mi disse che dovevo tenerla perché
una borsa elegante serve. Quella borsa non è il mio stile ma racconta
del giorno in cui, per me, mia madre ha dichiarato apertamente che fossi una
donna e lo ha fatto con orgoglio; come in un gesto tribale.
Molti abiti che ho messo in vendita hanno la
loro storia e il loro percorsi, ma quella borsa me la sono tenuta
perché non avrei saputo o potuto darle un prezzo.
Ovviamente sono solo oggetti e ciò a cui realmente l'individuo si attacca è al concetto di poter dare un peso; una forma; un'espressione fisica a qualcosa che tutto è fuorché fisico.
Le persone diventano strade, profumi, città, colori e suoni.
Quanto può costare un oggetto che nella mia testa, negli anni, ha accumulato tutto questo?
Dipende da come lo si racconta:
Correva il 2009 quando Joshua Glenn e Rob Walker, due scrittori americani hanno voluto dimostrare quale fosse l'effetto della narrazione sul valore degli oggetti.
In un esperimento completamente fuori dagli schemi, decisero di acquistare centinaia di oggetti di scarso valore su Ebay. Per ognuno di essi scrissero una storia emozionante e li rimisero in vendita.
Il risultato fu strabiliante. L'incremento del valore per oggetto fu del 2.706%.
Con il ricavato venne stampato il libro raccolta con ogni oggetto e la sua (nuova) storia.
L'esperimento divenne un importante case study che determinò la rilevanza della narrazione in ambito economico.
Conoscevi la storia di Significant Object?
Qual è il tuo Significant Object?
Il mio chiaramente non è solo la borsa, c'è di molto peggio a casa mia ♥
Commenti
Posta un commento