Il lockdown come comfort zone: i rischi di un periodo di comoda reclusione


Quando tutto il caos della pandemia si affacciava nel Mondo, come tutti ero spaventata e disorientata.

Successivamente, con un po' di vergogna, devo ammettere di essermi adagiata in quella che, come la chiamavano i media, era diventata "una nuova normalità".

Il lockdown aveva inserito nelle mie giornate delle possibilità che prima non avevo contemplato:
Tutto ad un tratto ho avuto in mano il mio tempo e la possibilità di fare tutto ciò che volevo senza sensi di colpa. Non avrei dovuto rifiutare inviti ad uscire o altre distrazioni. C'era un dpcm a farlo al posto mio.

Questa situazione ha creato, tuttavia, due grosse criticità:

1 - La mia sete di sapere e voler imparare per migliorare il curriculum sembra inesauribile tanto quanto l'offerta formativa disponibile nel web

2 - Nella realtà dei fatti i sensi di colpa ci sono eccome. Non lavorando ho sempre voluto sfruttare il più possibile questo periodo di inattività per farmi trovare preparata qualora si riaprisse il mercato del lavoro. Mi sono ritrovata ad essere più stanca di quando lavoravo. Corsi su corsi, aggiornamenti; libri e appena potevo qualche test di prova. Anche nei rari momenti in cui cercavo e cerco di staccare la testa la mia mente è su quello che devo fare nel breve periodo.

I corsi mi interessano tutti, forse me ne interessano troppi. Ho mandato candidature per cose che c'entravano molto con il mio percorso formativo e per cose che c'entravano meno ma magari mi avrebbero portato a trovare più facilmente lavoro. Ho mandato candidature per corsi che mi avrebbero dato strumenti su discipline propedeutiche, che sfioravano appena il mio core business, semplicemente perché "non si sa mai".

 

Questo lockdown è diventato a tuttoi gli effetti la mia comfort zone e la comfort zone di tutti i miei peggiori difetti. 

 

 

Voglio fare di tutto troppo, con indecisione perché ho interessi vari e spesso messi in discussione da quelle che sono le esigenze di mercato che ho ben chiare nella mia mente.
Mi crogiolo nella mia indecisione ma anche nel poter scegliere tutto perché c'è e mi sembra un enorme regalo in perenne last minute, anche se alla fine dei conti questo last minute dura da un anno.

Credo in realtà che questo sia un problema di molti. Forse non è così accentuato e forse sarà più difficile rendersene conto. Forse sarà mitigato dall'incredibile voglia di fare viaggi o altre esigenze che io non sento, eppure la comodità del proprio habitat e dei propri spazi che ci siamo ripresi (o meglio, ci son stati dati, seppur forzatamente) è qualcosa di meno scontato di quanto sembri.

Non muovere la macchina, bere caffè con più calma la mattina. La pausa pranzo davanti al calcio anziché alla mensa con qualche collega buono e qualcuno che non si sopporta. I corrieri Amazon che se arrivano trovano sempre qualcuno. Le ciabatte. Il non dover rientrare con il traffico e il parcheggio.

Poi mancano i ristoranti, le passeggiate e le scuole. Manca la libertà di scegliere l'alternativa a una vita frenetica.

Ma credo che un po', prima o poi (poi), mancherà anche questo tempo che è stato il nostro tempo.

 

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